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È ‘NA STORIA LA VITA

19 giugno 2017

“Io ebbi una famiglia numerosa, undici di noi. Mio padre non aveva tante possibilità e mi mandò subito a lavorare da Iaccarino. Avevo 13 anni e facevo il commis di cucina, stando vicino allo chef; gnocchi, cannelloni nel forno a legna. E mi piacette a questa signora qua, la mia moglie… era una ragazza molto verace”. Non ce l’ho fatta, guardandoli a breve distanza, a non essere curioso.
Sto parlando di Paolo e Filomena De Gregorio, i genitori di Mimmo, il patron dello Stuzzichino di Sant’Agata ai due Golfi, Costiera Amalfitana.

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Lo Stuzzichino a Sant’Agata ai due golfi


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FIGLI DI OGNI LUOGO

28 maggio 2017

Sulla grande spiaggia di sabbia, appoggiato a una piccola palizzata, il ragazzo dai capelli ricci suona la chitarra con tutto il suo fervore. Il vento quasi gli oppone resistenza, ma lui non desiste dall’interpretare un lunghissimo pezzo impegnato, affermando un’abilità che prevarica e mette in secondo piano tutta la sua persona.
Ha scelto di esibirsi ed esporsi nel transito di migliaia di persone, catturando con la sua musica e rendendo quasi invisibile un braccio “diverso”, con cui peraltro esegue le parti più difficili. Quella leggiadria di note che si rincorrono e scavano nell’anima elevano persino da quello splendido luogo.
Lui ha scelto, sfidante, di affermare la sua libertà con la musica, perché la musica libera dentro.

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25 APRILE, IL PROFUMO DELLE SERENELLE

24 aprile 2017

La mia nonna Rosa, 87 anni, è motivo di grande orgoglio per me.
Lo è per quella mente viva  e memoria fotografica che la rende ai miei occhi una scoperta continua, anche dopo tanti anni che è nella mia vita.  Lei con i suoi mille interessi, il suo leggere molto, seguire documentari “perché quelli mi fanno girare il mondo anche da seduta”, il sapere raccontare con dovizia di particolari. E scrivere tanto. Conservo quaderni e quaderni di memoria della sua infanzia e di quegli anni di grande povertà e di valori. Testimonianze preziose di un tempo passato e di tradizioni che – ha ragione lei – non devono perdersi. Certamente la dote più preziosa che da anni sta predisponendo per me e la mia famiglia.
La interrogo spesso, mi confronto con lei, le chiedo contributi.
“Nonna – le ho chiesto nei giorni scorsi – ti va di scrivermi qualche riga su cosa significa per te la libertà, pensando al 25 aprile? Una cosa breve, tipo questa (le ho mostrato una citazione)”.
Poco dopo aver accolto la mia richiesta avanza con uno dei suoi quaderni fra le mani e mi mostra le pagine del suo 25 aprile (di come lo ha vissuto lei ) e mi dice “ho pensato che potresti prendere la parte finale, lì trovi il mio pensiero sulla libertà”.
Rileggo il pezzo, lo ricordo bene, ogni volta mi prende il nodo in gola. Qualcuno già lo conosce questo pezzo, ma in questo periodo storico fa bene ricordare.
Per questo oggi lo ripropongo, perché, a guardare i fatti,  la libertà non è stata una conquista definitiva. Le vicende degli ultimi anni, e degli ultimi tempi in particolare, dicono che questa libertà va riconquistata continuamente. Siamo schiavi di tante, troppe situazioni. E a volte poco coraggiosi nel riaffermarla, questa nostra libertà.
Di seguito riporto per intero il racconto del 25 di aprile, scritto di pugno dalla mia nonna,  vissuto con gli occhi e le emozioni di una quindicenne che ancora oggi si emoziona e molto al ricordo vivo di  quella gioia derivata da tanto dolore. Altro motivo di riflessione… per quando aspiriamo a gioie facili.

Simona Vitali

nonna rosetta

Nonna Rosa


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I MURETTI DELLO SCIÚR

13 aprile 2017

“Questo lo devi assaggiare assolutamente” mi dice Emilio Mottolini, produttore di bresaole eccellenti, mentre mi mette in mano una bottiglia Valtellina Superiore DOCG 2012.
“Non tanto e non solo perché è buono, ma anche perché un euro per ognuna di queste bottiglie viene destinato alla conservazione dei muretti a secco dei vigneti terrazzati della Valtellina, finanziando in parte un corso professionale per giovani muratori che vogliono apprendere l’arte del recupero e della costruzione di queste architetture rurali”.

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ANTONIO TUBELLI, L’ULTIMO MONZÙ NAPOLETANO

3 luglio 2016

“C’è una barriera ideale e invisibile in cui impatti tra passione per qualcosa e la tua vita quotidiana. Coltivi quella passione,  per qualche tempo ci convivi, ma poi ne capisci i limiti di questo alternarsi e devi scegliere”. Comincia così la lunga conversazione con Antonio Tubelli, definito l’ultimo monzù napoletano (traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia). La sua è una risposta ad una domanda molto precisa: come può la cucina cambiare la vita di una persona?
La storia di Antonio Tubelli, ora a capo delle cucine di Gourmeet a Napoli, parte da lontano e da tutt’altra attività: faceva il sindacalista negli anni ’70, all’interno di un’azienda aeronautica, e l’impegno politico era la sua ragione di vita.
“Si viveva in piazza – ricorda Antonio – e le case erano semplicemente aperte, un punto di ritrovo dove continuare le discussioni, a volte integrandole con aspetti ludici come la doppia pista della Polistyl che io e mio fratello Lucio (figura inseparabile nella sua vita ndr) avevamo montato nel salotto di casa”.
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UN PATTO CON LA STORIA

4 marzo 2016

Da bambino trascorreva parte dei suoi pomeriggi in soffitta nella stanza dei giochi, attigua allo spazio dedicato alle batterie di aceto balsamico tradizionale, singolare dote tramandata nelle famiglie modenesi.
E accadeva, in quei pomeriggi, che piuttosto di scendere in casa a bere, Gilberto si avvicinasse sornione alle botti, ne stillasse una piccola quantità e se la gustasse. Quella bevanda gli piaceva.

Gilberto Barbieri

Gilberto Barbieri


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LA PARMA CHE MI PIACE

4 marzo 2016

La Parma che mi piace abita al civico 16/A di Viale Antonio Gramsci e risponde al nome di COCCHI, prezioso scrigno di storia e gesta parmigiane, oltre che tempio del mangiare come tradizione comanda.

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Sì perché in questo ristorante, che da sempre percorre la sua strada incurante di inseguire giudizi o tendenze di sorta, trovo ben di più di piatti eseguiti magistralmente uguali a se stessi, secondo un’abitudinaria perseveranza. Semplicemente qui trovo espresso lo stile parmigiano.
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