Alimentazione, In Evidenza

TRASPORTATI DAL VENTO DELLA VITA

22 luglio 2018

Arrivare alle quattro di mattina in terra di Sicilia e affrettarsi ad aprire i finestrini dell’auto per respirare i profumi inconfondibili di quei luoghi. Lo hanno fatto per tanti anni, ogni volta che scendevano dal nord per le vacanze estive. Nino e Angela, trasportati dal vento della vita a La Spezia ma con il cuore saldo lì, a Pachino – che gli ha dato i natali e li ha visti ritornare per 25 anni – hanno improntato la loro quotidianità al nord mettendo al primo posto la tradizione, le usanze, le feste, i sapori della loro terra. Una sorta di marchio a fuoco impresso nelle abitudini di ogni giorno.


Non era vigilia di Natale se, anche a La Spezia, a casa Campisi non si facevano le impanate, un piatto unico succulento a base di pasta per la pizza ripiena di sugo di salsiccia e carne di suino, broccoli e cipolletta, che si prepara il giorno prima. E con il sugo avanzato all’indomani, per Natale, era la volta della pasta al forno.
Ma pur seguendo le stesse ricette di famiglia, era spesso nel reperire la materia prima che si andava in crisi perché “si trovavano cilliegini, e non solo quelli, che erano fac-simili  dei nostri, lo sentivo dal profumo” ricorda Angela.


Come una goccia che piano piano scava nella roccia, il tempo che passava rimarcava quella nostalgia di casa dando forma a poco a poco al bisogno di tornare.
Apparentemente non c’era alcun motivo per cambiare, ancora una volta, il corso della propria vita: Angela aveva aperto da anni, insieme a una socia, un centro per l’infanzia per bimbi dai 18 ai 36 mesi, pensato per quelle famiglie che non avevano parenti in appoggio. Nino era in Marina, al reparto incursori, come segretario dell’ammiraglio. Le due figlie, Antonella di 22 anni e Francesca di 16 anni, avevano costruito lì la loro rete di amicizie e relazioni.


“ Il lavoro ci gratificava – racconta Nino – ma il tempo per vivere la nostra famiglia era poco, sempre meno. Così ci siamo decisi a parlare con le nostre figlie per condividere quanto era maturato in noi”. “Nelle nostre intenzioni – incalza Angela – il ritorno a casa l’avremmo affrontato tre anni dopo, tempo di organizzarci con la chiusura dei nostri impegni lavorativi, ma il passaggio che più ci preoccupava era affrontare Antonella e Francesca. Ci manderanno a quel paese, ci siamo detti! Al primo impatto ci hanno chiesto cosa ci eravamo bevuti e si sono chiuse per un giorno nel silenzio”.
“All’indomani a cena – prosegue Nino con nitida memoria – abbiamo affrontato di nuovo la questione specificando che lo scendere non avrebbe significato per loro dovere restare lì e che, come noi abbiamo fatto le nostre scelte, anche loro avrebbero potuto andare dove volevano. Antonella stava finendo l’università e Francesca le scuole superiori”.
“Abbiamo chiesto loro – ricorda Angela – se avessero avuto intenzione di rimanere a La Spezia, per costruire il loro futuro. E la piccola ci ha detto ’no mamma, io devo andare via o per studio o per lavoro’. A quel punto le ho detto ‘quindi se la nostra casa è su o giù cosa cambia?’ Entrambe sono sempre state molto legate a Pachino e alla casetta con l’altalena dove hanno trascorso tante estati serene, in più devono essersi rassicurate al pensiero che se anche fossero scese nessuno le avrebbe trattenute dall’andare via. E così, arrivato il momento, è partita la ‘carovana’ al completo, cane compreso!”


“Di fatto – mi confidano Angela e Nino – mentre noi eravamo intenti a mettere le basi per la nuova vita (per nove mesi siamo stati in affitto mentre ci ristrutturavano la casa), le prime ad ambientarsi al meglio sono state le nostre figlie, grazie anche alle amiche ritrovate. Antonella (la più grande) è entrata come servizio civile alla Misericordia, con le autombulanze, ed è stata subito coinvolta da un gruppo di ragazze che lavoravano lì, nel vivere il luogo con i falò sul mare, le nottate in tenda , la chitarra. Poi ha incontrato Corrado e ha fatto i suoi progetti: si è laureata, sposata, ha avuto un bimbo e insieme a lui hanno scelto di vivere fuori. Si è creato un altro nucleo familiare: loro decideranno cosa fare e dove stare. Francesca è ancora qui, è ben inserita nel tessuto locale e attiva nella Pro Loco, ma se deciderà di farsi un futuro altrove avrà il nostro appoggio e la garanzia che qui per lei, come per la sorella, ci saremo sempre”.


Una volta sistemati, Angela e Nino hanno iniziato a interrogarsi su cosa fare per coltivare relazioni con altre persone, come era loro propensione. “Mi è sempre piaciuto avere amici a casa – confessa Angela – ma il desiderio era di allargare la rete di relazioni, inglobando anche il nostro territorio. Un paio di anni fa sono scesi dal nord due nostri amici i quali ci hanno parlato dell’Home Restaurant, cioè della possibilità di aprire le porte di casa  a nuove persone per condividere abitudini ed esperienze attraverso il più potente dei vettori: il cibo, per consentire loro un’immersione nella vita quotidiana di quel luogo. Ecco che ci si è accesa la lampadina. Ho pensato subito di proporre i piatti della tradizione che ho sempre preservato, valorizzando in questo modo anche i nostri prodotti e la nostra storia”.


C’è un bel porticato nel giardino di Citarella Home Restaurant (il nome deriva dall’area circoscritta su cui sorge l’abitazione): promette già dal primo approccio una fresca brezza, che ritempra anche nelle giornate più calde, e una pace che acquieta. I commensali che si siedono attorno al tavolo non superano i dieci, perché tutti possano interagire nel migliore dei modi.
La convivialità è certamente l’aspetto a cui più si tiene, per questo non ci sono orari prefissati: la cena o il pranzo possono protrarsi a oltranza, se si instaura un piacevole dialogo.

E’ corale il contributo di tutti i membri della famiglia: le cose buone e genuine, perché questa è la caratteristica comune di tutti i piatti di casa Citarella, sono ad opera di Angela, amorevole e materna nel suo modo di porsi, e della mamma Dina, enciclopedia gastronomica vivente e donna di grande manualità. Ci sono ospiti che chiedono espressamente determinati piatti magari semplici e che proprio per questo non trovano facilmente al ristorante.

È vario e articolato il bacino di ricette doc da cui pesca Angela, che assicura di rispettare i procedimenti, proprio come la mamma e prima di lei la nonna le hanno trasmesso. E così di volta in volta propone e alterna  le scacce, le cucche, la caponata, l’insalata di arance, le olive alla stemperata, peperoni arrostiti conditi con olio e limone, le cipolle di Giarratana al forno,  il pane fatto fatto in casa nel forno a legna condito con olio e origano, le polpettine di acciughe fresche al limone, le sarde al beccafico, le seppie alle patate, i ravioli e altro ancora. Ci sono piatti che cura la signora Dina in prima persona: è il caso dei ravioli di ricotta, la cui preparazione è un vero e proprio rito.


A Francesca  il compito di comunicare l’operato delle sue donne e l’ingegno di escogitare giorni dedicati come il raviolo day, come succede per i grandi piatti.
È Dina a spiegare i vari passaggi della ricetta “Il ripieno è bianco, di ricotta, arricchito di un uovo, un po’ di formaggio, pepe, sale e zucchero per bilanciare i sapori. Io li faccio tondi, ma possono essere anche quadrati, e poi li chiudo bene. Quando ho finito, che sono tutti ben disposti sopra il tavolo, apro le finestre di due stanze perché con la corrente si devono un po’ asciugare. Se no si pisciano.
“Si pisciano?” le chiedo divertita. “Vuol dire: si bagnano” risponde pronta Dina!

Angela si raccomanda che io li prepari all’ultimo momento ma io le dico di stare tranquilla che so come fare. I ravioli vengono rigorosamente conditi con sugo di salsiccia”.
Piatto straordinario, che si sta un po’ perdendo. Ma la missione della famiglia Campisi è salvaguardare e continuare a riproporre piatti locali preparati come Dio comanda. Una pagina facebook e l’infallibile passaparola “andate a trovarli se volete fare una serata verace”: un modo di comunicare semplice, senza pretese, ma che premia. Premia con ritorni – come quello di Egisto e della moglie Eva, ormai di famiglia, che ogni anno si presentano puntuali, non dopo aver fatto richiesta delle pietanze preferite.  Ma premia anche con nuovi arrivi, di diversa provenienza ed estrazione – come quelle due sorelle che dopo aver sacrificato i loro anni per la cura dei genitori si sono regalate il viaggio della loro vita.
“Capendo il valore di questo loro viaggio io le ho ringraziate per avermi scelto” dice candidamente Angela. Oppure quella coppia, marito e moglie, lei milanese e lui trentino, che hanno un campeggio ad Aosta, una vita in giro in moto. “Ecco con loro abbiamo iniziato la cena alle 20.30 e siamo rimasti a parlare fino alle due di notte”.


È inevitabile la domanda su chi, a inizio serata, rompa il ghiaccio.
“È una cosa reciproca -spiega Angela – Parto dal presupposto che io sono a casa mia mentre chi viene da me non mi conosce e non sa cosa trova. Quindi l’ospite corre più rischio di me. Quello che io cerco di fare è di mettere i miei ospiti a proprio agio: li invito ad entrare in cucina con me, se gli fa piacere vedere cosa sto preparando. Io sono una casalinga e cucino anche in quel caso come se ne facessi per la mia famiglia. Ho impresso nella mente di una serata con una coppia, marito e moglie, con cui si è parlato piacevolmente per tutta la cena. Alla fine la signora, sedendosi sul divanetto, mi ha chiesto un consiglio per la figlia, che  stava frequentando un ragazzo problematico: ‘Cosa dovrei fare secondo te, Angela?’ e io le ho risposto “niente, le hai già parlato più di una volta. Non insistere. Deve arrivarci da sola”.


Non più di otto anni fa la famiglia Campisi ha rivoluzionato la propria vita per ritornare a quella terra madre, su cui certamente al momento della creazione Dio ha posato il suo sguardo benevolo. La punta orientale estrema della Sicilia ha un fascino tutto suo e in alcune zone raggiunge picchi di bellezza inaudita; la sua terra è prolifica di frutta, verdura e prodotti che sono una naturale induzione alla dieta mediterranea; c’è storia tanta storia impressa nei muri e che si fa catturare nell’aria.


Allontanarsi dal luogo a cui la vita ci ha destinato può significare anche ripensarlo. Far prevalere, e non soffocare, nelle scelte un’insistente voce interiore può rivelarsi spesso la migliore soluzione, cioè quella che asseconda di più la nostra natura. A volte è solo questione di allentare le nostre rigidità, come non uno, bensì quattro componenti di una famiglia hanno dimostrato con la loro scelta. Radicale e, a distanza di anni lo si può dire, giusta!

Simona Vitali

Citarella Home Restaurant
contrada Citarella
96018 Pachino
cell 347 827 8465

Pro Loco Marzamemi
Via Nuova
Marzamemi

Educazione Civica

UN SENTIMENTO CHE NON SI MISURA A TASSAMETRO

26 maggio 2018

Dicono che il modo più diretto di calarsi in un territorio sia la moto, per la  percezione immediata che ti regala dei profumi e dell’atmosfera di quel contesto.
Per me c’è un altro infallibile modo di entrare in un luogo ed è con il taxi, porta di accesso alle città in cui mi trovo a transitare. Una scelta ben precisa, che continuo a confermare, per la praticità di muovermi senza pensieri ma soprattutto per il piacere di interloquire con chi, nel più o meno breve tratto di strada, dei segreti di quel luogo ne è testimone e custode.


Ho scolpiti nella memoria tanti aneddoti, alcuni esilaranti, tra quelli che ho vissuto e ascoltato raccontare; il colore che mi  accoglie quando scendo al sud;  la gratitudine per aver raccolto, senza margine di errore, buoni consigli, impagabili quando hai poco tempo da spendere e lo devi fare bene o quando vuoi farti un’idea di qualcosa,  dal “per favore si può fermare al volo nella migliore pasticceria lungo questo percorso?” fino  alla richiesta più statistica sulla recente apertura di FICO.
Vi è mai capitato di affrontare con il taxista argomenti improbabili, magari lanciati da lui stesso, sorprendendovi che sappia tenere testa anche a questi? Certo c’è il conducente più loquace e quello meno, ma difficilmente la corsa si rivela arida. Qualcosa regala sempre. A me sinceramente il buonumore.


Ho un’amica che sostiene che non è gita o non è inizio vacanza se non ci si ferma all’Autogrill. Ecco, io non mi sento benvenuta in una città se non mi ci calo con un cicerone d’eccellenza: il taxista.
Ultimamente ho preso il taxi dalla stazione di Bologna direzione FICO. Ho chiacchierato piacevolmente con il taxista, questa volta della sua categoria, del ruolo sociale e mentre parlavo mi è scattata la molla: questa è una bella storia, ne voglio scrivere. Prima di scendere gli ho chiesto i riferimenti per contattarlo. Lui mi ha risposto: “Guardi, ho una struttura alle spalle, un consorzio, ci chiama Cotabo, conta 530 soci ed è il più grande di Bologna, dove lei può trovare risposta a tante domande. Il nostro presidente è una persona aperta, chiami a questo numero e chieda di lui. Poi in sede ci sono sempre taxisti con cui poter scambiar due chiacchiere. Facciamo tante iniziative, pensi che 20 dei nostri mezzi sono dotati di defibrillatori e altrettanti taxisti sono abilitati a utilizzarli. Siamo talmente presenti sul territorio che tante volte arriviamo prima noi del 118, e il tempo in questi casi può salvare la vita.  Per questo è nata l’idea di attrezzarci”.


Taxi dotati di defibrillatori salvavita? Questa è potente: mi sono detta fra me e me e decido di conoscere meglio questa realtà. Mi metto in contatto con Riccardo Carboni, il presidente appunto, e ci diamo appuntamento in sede, una struttura nuovissima in zona fiera di Bologna. Mi viene incontro questo giovane uomo, informale, con gli occhi che sorridono e basta qualche scambio di battute per percepire che la persona ha le idee molto chiare e parecchia determinazione.
“I taxisti sono l’evoluzione dei birocciai: un tempo a Bologna ci si muoveva con le carrozze e i cavalli. –  racconta Carboni – Lo spirito cooperativistico che ha sempre caratterizzato questa città si è manifestato anche nella nostra categoria, per cui 51 anni fa un gruppo di taxisti, con più motivazione di altri, ha deciso di fondare Cotabo, la nostra cooperativa”.


Con grande semplicità e chiarezza mi fa vivere i passaggi salienti, coraggiosi della loro storia: “All’epoca presidente e vicepresidente si sono esposti in prima persona per poter acquisire la prima sede di Cotabo in centro storico, poi con il maturare di certe necessità c’è stato il trasferimento in periferia, che ha consentito di realizzare un distributore di carburante (per comprimere i costi acquisto carburante dei soci) e un’officina ‘casalinga’ (all’epoca i taxisti erano capaci di fare un po’ di tutto) senza, in questo modo, dover andare a cercare servizi esterni. E infine, un paio di anni fa, per necessità di espansione del quartiere fieristico, gli abbiamo ceduto la nostra area e ottenuto quella dove abbiamo costruito l’attuale sede, che ci consente di meglio razionalizzare tutte le nostre esigenze organizzative”.

C’è un dinamismo che si percepisce a pelle in questa “casa dei taxisti” che vanno e vengono nei vari uffici loro di riferimento ma soprattutto, come mi conferma il presidente, la volontà di essere non solo a passo con i tempi ma addirittura precorrerli nell’individuare soluzioni a vantaggio della clientela, attraverso l’utilizzo di una tecnologia sempre più evoluta. Così per chiamare il taxi ognuno può scegliere la modalità più congeniale fra le diverse che Cotabo propone, oltre alla tradizionale chiamata alla centrale radiotaxi. Oppure la possibilità di scaricare gratuitamente un’app che con un solo click ti fa arrivare il taxi dove ti trovi (primi in Italia ad attivare questa applicazione), una modalità di richiesta automatica per chi utilizza spesso il taxi, la possibilità di registrarsi e accedere a un portale dove effettuare le prenotazioni taxi, e poi applicazioni per alberghi, ristoranti, uffici.


Ciò che però sorprende più di tutto è scoprire come Cotabo sia proattiva su Bologna: “Tutte le volte che c’è un’iniziativa in città se possiamo mettere qualcosa di nostro lo facciamo” mi spiega Riccardo Carboni, e mi evidenzia come i taxisti siano molto legati al territorio, che peraltro conoscono in ogni sua piega. Per questo ci tengono non solo a supportare ma a valorizzare le iniziative messe in atto “perché se Bologna viene apprezzata è un vantaggio anche per noi”.
Qualcuno non vedrebbe l’ora di snocciolare elenchi di cose fatte, ma da queste parti non funziona così. O almeno Il presidente non è il tipo che si autocompiace. Piuttosto preferisce ricordare ”lo sforzo di mantenere l’autentico spirito cooperativistico dei soci fondatori, per cui si cerca di fare cose utili e le si fa insieme –  e aggiunge – la nostra è una struttura che eroga dei servizi ma ha anche dei valori”.
Arrivati a questo punto non posso fare a meno di chiedere dell’iniziativa dei defibrillatori in dotazione sui taxi, di cui sono venuta a conoscenza.


“L’idea è partita al nostro interno: una parte dei taxisti già prestava servizio volontario sulle ambulanze. In collaborazione con il 118 abbiamo costruito il programma, l’abbiamo presentato all’assessorato alla sanità di Bologna che lo ha caldeggiato, abbiamo predisposto la formazione e trovato un partner per l’acquisto dei defibrillatori. All’inizio il 118 si interfacciava direttamente con la nostra centrale, poi i taxi sono stati dotati di un’applicazione diretta. Siamo stati i primi in Italia ad attivare un’iniziativa di questo genere”.
Il resto è storia quotidiana da circa tre anni a questa parte con 20 taxi attrezzati e relativi taxisti adeguatamente formati che si muovono su Bologna, pronti a intervenire nel caso risultino i più prossimi alla zona in cui c’è un’emergenza. E quando si parla di infarto è la tempestività dell’intervento che conta: se si arriva sul posto entro due minuti la probabilità che la persona si salvi è altissima, oltre i cinque minuti si rischiano danni permanenti o peggio la vita, mi spiega Francesco Sangiorgi, taxista da 11 anni, che proprio un anno fa ha contribuito la a salvare la vita a un uomo.


“Ero fermo in un posteggio in centro storico – racconta – ed è suonata l’applicazione sul tablet, considerando la vicinanza ho accettato l’incarico, inviando conferma. Arrivato sul posto ho trovato un poliziotto in borghese che aveva attivato i soccorsi e un commerciante della vicina drogheria già alle prese col massaggio cardiaco su un uomo che aveva gli inequivocabili manifestazioni di infarto. A quel punto ho estratto dall’auto il defibrillatore, l’ho attivato e, lavorando in buona sintonia con il droghiere, siamo riusciti a defibrillarlo: alla prima scarica l’uomo ha iniziato a respirare. È poi arrivata l’ambulanza. Avere una rete distribuita di defibrillatori sul territorio aumenta la possibilità di salvare la vita delle persone” riflette Francesco che vive ancora l’emozione del dopo intervento quando, come dice lui, gli si è scaricata l’adrenalina che lo ha fatto letteralmente sbiancare in viso!
Riccardo Carboni mi confida che stanno valutando di implementare di una decina il numero di defibrillatori. E a giudicare da quanto hanno fatto accadere finora non c’è dubbio che riusciranno anche in questo.


Un’altra iniziativa, fra quelle che ho potuto carpire, mi ha colpito particolarmente. L’hanno denominata Taxi Rosa ed è stata attivata tra il 2006 e il 2007, periodo in cui si erano verificate diverse aggressioni nei confronti delle donne sul territorio. In quest’occasione Cotabo ha costituito un fondo e distribuito 100.000 euro di buoni alle donne per incoraggiarle a utilizzare i mezzi di trasporto più sicuri. I taxisti inoltre rivestivano anche il ruolo di controllori rispetto al fatto che le donne raggiungessero le abitazioni (attendevano che entrassero dal portone di casa).
Ho terminato la mia lunga chiacchierata, sono sul taxi in direzione stazione e mi guardo intorno. Rilevo una telecamera affissa al tettuccio (ogni auto ne è dotata, mi viene detto), mi fermo con lo sguardo sugli occhi del taxista riflessi nello specchietto retrovisore e mi chiedo :“i malfidenti dovremmo essere noi?”


Queste persone hanno fedina penale pulita e casellario giudiziale intonso e vanno incontro all’ignoto a ogni corsa. Incrociamo un nugolo di taxi che vanno e vengono. Mi sovviene una considerazione di Carboni sulla pervasività dei taxi: “Esserci è un lavoro ma è anche qualcosa in più, è l’essere parte di una comunità, un sentimento di appartenenza che non si misura a tassametro”.

Simona Vitali

Foto: Archivio Cotabo

 

Educazione Civica

E’ SEMPRE STATO COSI’ BIANCO QUESTO LUOGO?

6 maggio 2018

“Ma è sempre stato così bianco questo luogo?” lo chiedo, mentre scorro i titoli all’interno di una minuscola libreria di Peschici, sul Gargano.
Il proprietario, fino a quel momento impegnato nel retrobottega, si affaccia e mi pone nelle mani un piccolo elegante libro dal titolo Peschici con altri occhi, Editore Peschiciana, a cura di Michel’Antonio Piemontese.
“Leggi qui” mi dice, con un’aria tra il distaccato e l’annoiato, come se a quella domanda avesse dovuto rispondere mille volte, aprendomi il libro a pagina 53.
Peschici, dunque, è il posto più orientale ed interessante del Gargano, qui più che altrove, l’influenza saracena ha lasciato le sue tracce nelle belle casette a cupole, che sembrano trapiantate di peso dall’Asia e spiccano di un bianco candido sul meraviglioso verdeazzurro del mare. A fare questa descrizione è Caterine Hooker nel 1927.


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Educazione Civica

Il SECONDO TEMPO DI UNA VITA

19 marzo 2018

La spiaggia d’inverno ha il sapore di una grande distesa uniforme. Non le file colorate di ombrelloni che segnano il passaggio da un bagno all’altro: solo sabbia. Due immensità, la spiaggia e il mare che, con quell’azzurro grigio che li accomuna, si fondono laggiù nel cielo. Raddoppia l’orizzonte, capace di fare spazio dentro di noi, regalandoci un più profondo respiro di vita, di quelli che ossigenano e puliscono un po’ l’anima, sulla spiagga di Viserba (RN).
Se poi quel tuo vagare libero di pensieri incontra un’altra libertà l’avverte subito, perché qui si è tutti un po’ più nudi. Non ci passa inosservato un levriero tigrato, longilineo ed elegante nel portamento, che arriva lì con il suo padrone. Bastano pochi attimi perché inizi la sua volata con stile e in gran velocità. Curiosamente disegna un grande otto sulla sabbia, lanciando come segnali di un imprinting ancora tutto da scoprire.


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Educazione Artistica

IN QUESTO LAVORO DEVI GUARDARE AL DOMANI

5 marzo 2018

Dopo un’infanzia a costruire case e castelli con i mattoncini del Lego, Marcello Menta a 14 anni bazzicava già per i cantieri edili dove il padre Giuseppe, il nonno Corrado e la nonna Irma erano impegnati.
“Non c’era storia, per quanto i miei genitori sognassero il figlio laureato, ogni minuto possibile per me era rivolto a veder crescere sotto gli occhi qualcosa di solido come può essere una casa. E sentire che anche le mie mani contribuivano” racconta Marcello, a quarant’anni di distanza artigiano tra i più apprezzati a Fidenza, in provincia di Parma, e non solo.
Già, le mani: lo strumento più prezioso di cui dispone un artigiano, insieme all’occhio che ne disciplina il movimento e la forza. Vedere all’opera un artigiano, anche in tempi di elevata tecnologia, conferma ciò che scriveva Kant: la mano è la finestra della mente.


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Educazione Artistica

COME IN UN FILM

26 febbraio 2018

“Quando si varca questo cancello si è tutti nudi”. Sembra una provocazione il monito che è solito dare Giampaolo Baroni, per tutti il Maestro, quando ci si approssima a trascorrere una serata da lui, nel suo mondo che, è il caso di dirlo, ha predisposto con tanto acume, estro e non meno cura. Una sorta di set cinematografico in cui ciascuno spogliarsi dei propri ruoli, delle proprie stellette sociali, per essere una volta tanto tutti alla pari, come di fatto si nasce. Quanto a pensieri e problemi, compagni di viaggio, quelli subiscono una battuta d’arresto, una sorta di congelamento nel momento stesso in cui si varca la porta di ingresso. Infatti è tale lo stupore che prende nel calarsi in quella dimensione altra, rispetto a quella da cui si arriva, che si è solo concentrati sul qui e ora, sul guardarsi intorno, come a non volersi  fare scappare nessun particolare.


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Educazione Artistica

LEGGERE UN OROLOGIO SENZA TEMPO

11 febbraio 2018

In tanti sanno che l’avvento del calendario gregoriano, voluto da Papa Gregorio XIII nel 1582, cancellò dieci interi giorni dalla vita delle persone passando dal 4 al 15 ottobre per rimettere a posto l’orologio. In pochi però sappiamo come il tempo convenzionale che conosciamo adesso sia ben diverso da quello in essere fino al 31 ottobre 1893, quando anche l’Italia aderì al trattato internazionale dei fusi orari e spinse in avanti le lancette di 10 minuti per adeguare l’ora di Roma a quella dell’Europa Centrale.
Prima di allora il tempo aveva una scansione dettata dagli orologi solari, che determinava il ritmo del lavoro e della vita delle persone.

Orologio solare a Courgné (TO)


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Educazione Artistica

IO CONOSCO LA MIA DONNA!

4 febbraio 2018

È una Napoli millecolori quella che si riflette intorno a Spaccanapoli, nelle vie stipate di turisti, trascinati dal  serpentone di gente che avanza e intenti ad evitare quegli  scooter che si incuneano a zig zag. Questo senza volersi perdere neanche uno dei tanti negozietti di souvenir che si affacciano sul passaggio, dove sopra a tutto spiccano cornetti rosso fiammante, di diversa fattezza e dimensione. E in effetti sono molto gettonati. Chi non ne fa incetta per distribuirne a familiari e amici al rientro a casa?
Tolti i baretti e le cuopperie, le vetrine si assomigliano un po’ tutte, se non altro per la tipologia degli oggetti che propongono. In questo bazar a cielo a aperto a catturare la nostra attenzione è un tavolino adibito a banchetto da lavoro, davanti alla vetrina di una gioielleria.


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Educazione Civica

CI SONO GIORNI DA VIVERE SOFFIANDO IN UNA BOLLA DI SAPONE

24 dicembre 2017

“Ci sono giornate che andrebbero vissute soffiando bolle di sapone e mangiando caramelle gommose” (cit. Andrea Crevatin) e altresì ci sono situazioni in cui questa modalità diventa canale di comunicazione preferenziale, linguaggio universale per riuscire ad entrare in relazione con gli altri, in qualunque latitudine del mondo.
Se è vero che ciascuno di noi, nel corso della vita, si dota di un più o meno corposo mazzo di chiavi per entrarci, è anche vero che di una chiave ben precisa si è attrezzato, a un certo punto, Yuri Bussi: il mondo delle bolle di sapone.  Salese del sasso (ovvero originario di Sala Baganza) ma figlio del mondo, conosciuto da grandi e piccini come il bollaio, in arte il Bollaio Matto, ha un percorso di vita costellato di scelte fortemente volute e per niente semplici, che gli hanno richiesto di ingegnarsi in modo inusuale rispetto al comune.


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Educazione Civica

IO PENSO CHE I BAMBINI SIANO BELLI IN TUTTO IL MONDO

20 dicembre 2017

La geografia del tempo plasma i luoghi e la natura, producendo un paesaggio che ti costringe a fermarti, a rallentare per goderne appieno la bellezza.
Pensavo a questo mentre Fabrizio Banterla mi raccontava le origini del suo storico vivaio, uno dei primi a vedere la luce sul lago di Garda, nel 1921.
“Un secolo fa qui c’erano gelsi che arrivavano fino alle sponde del lago, adatti per la produzione dei bachi da seta, gli ulivi c’erano ma molto più radi. – racconta Fabrizio, che ha preso le redini, insieme ai due fratelli Adriano e Maurizio e al cugino Gianni, dei Vivai Banterla fondati dal nonno Anselmo pochi anni dopo la fine della prima guerra mondiale – Fu mio padre, tra gli anni ’40 e ’50, a introdurre, insieme ad altri agricoltori, le viti e l’ulivo in maniera estensiva, grazie agli incentivi destinati a queste coltivazioni”.


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